giovedì 22 gennaio 2009

n.23






“come una fiala rende dopo lunghi anni il profumo dell’essenza che vi fu un giorno contenuta, così certi oggetti conservavano pur qualche vaga parte dell’amore onde li aveva illuminati e penetrati quel fantastico amante.“ (Gabriele D’Annunzio, Il Piacere)

“(…) fu condotto in un vallon fra due montagne istretto / ove mirabilmente era ridutto / ciò che si perde o per nostro diffetto, / o per colpa di tempo o di Fortuna: / ciò che si perde qui, là si raguna / Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l'inutil tempo che si perde a giuoco, / e l'ozio lungo d'uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco, / i vani desideri sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai, / là su salendo ritrovar potrai. Ami d'oro e d'argento appresso vede / in una massa, ch'erano quei doni / che si fan con speranza di mercede / ai re, agli avari principi, ai patroni / Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, / ed ode che son tutte adulazioni. / Di cicale scoppiate imagine hanno / versi ch'in laude dei signor si fanno. Di nodi d'oro e di gemmati ceppi / vede c'han forma i mal seguiti amori. / V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi, / l'autorità ch'ai suoi danno i signori. / I mantici ch'intorno han pieni i greppi, / sono i fumi dei principi e i favori / che danno un tempo ai ganimedi suoi, / che se ne van col fior degli anni poi. Ruine di cittadi e di castella / stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. / Vide serpi con faccia di donzella, / di monetieri e di ladroni l'opra: / poi vide bocce rotte di più sorti, / ch'era il servir de le misere corti. (…) Vide gran copia di panie con visco, / ch'erano, o donne, le bellezze vostre. / Lungo sarà, se tutte in verso ordisco / le cose che gli fur quivi dimostre; / che dopo mille e mille io non finisco, / e vi son tutte l'occurrenze nostre: / sol la pazzia non v'è poca né assai; / che sta qua giù, né se ne parte mai. (…) Era come un liquor suttile e molle, / atto a esalar, se non si tien ben chiuso; / e si vedea raccolto in varie ampolle, / qual più, qual men capace, atte a quell'uso. / Quella è maggior di tutte, in che del folle / signor d'Anglante era il gran senno infuso; / e fu da l'altre conosciuta, quando / avea scritto di fuor: Senno d'Orlando (storia di una fiala) . E così tutte l'altre avean scritto anco / il nome di color di chi fu il senno. / Del suo gran parte vide il duca franco; / ma molto più maravigliar lo fenno / molti ch'egli credea che dramma manco / non dovessero averne, e quivi dénno / chiara notizia che ne tenean poco; / che molta quantità n'era in quel loco. Altri in amar lo perde, altri in onori, / altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze; / altri ne le speranze de' signori, / altri dietro alle magiche sciocchezze; / altri in gemme, altri in opre di pittori, / ed altri in altro che più d'altro aprezze. / Di sofisti e d'astrologhi raccolto, / e di poeti ancor ve n'era molto.“
(Ludovico Ariosto, Stanze dell’Orlando Furioso, Canto XXXIV.

STEFANO PASQUINI
La veneratio nella luna ariostea. Elegia romantica all’ubiquo eternamente ripetuto
A cura di Patrizia Silingardi e Francesca Pincelli
17 gennaio – 28 febbraio 2009
vernissage sabato 17 gennaio 2009 ore 19.00

Narra Ludovico Ariosto che alla ricerca della perduta ragione dell’innamorato Orlando (racchiusa come distillato in una famigerata fiala), il cavalier Astolfo, a cavallo dell’Ippogrifo, approda in una fantasmagorica Luna ritratta come una disordinata cloaca postdiluviana in cui sono raccolte tutte le cose che si sono perdute sulla Terra. Sorta di grandiosa discarica di oggetti prossimi alla ripulsa e all’oblio, la Luna ariostea si presta all’omologia con i rovinosi fondali postmoderni cui l’estetica di Stefano Pasquini si rivolge per selezionare la “materia prima” che andrà a costituirne i manufatti artistici. Per curiosa similitudine la fiala descritta da Ariosto è conforme al capolavoro duchampiano 50 cc air de Paris (27.12.1919, readymade – ampolla di vetro, originale rotto e replica riparata fornita da Duchamp, 1949, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art, The Louise and Walter Arensberg Collection), opera emblematica al fine della comprensione della sezione di lavori quali sono stati scelti per tale evento espositivo. Della sterminata produzione artistica di Stefano Pasquini, la possibilità di contenere l’incontenibile, il gusto astruso per quegli oggetti ambigui, leggermente surreali, in cui si condensa un eccesso di senso e significato, è il pretesto per raccontare una sua indole estetizzante e marginale che si distingue dalla lungimirante ricerca kitsch e post-punk che caratterizza molta parte del suo lavoro . In particolare si tratta di una serie di assemblage catturapolvere e al limite della scultura, provocatori accumuli di oggetti disparati, incorniciature, grafismi a cui è assegnato lo statuto di reliquia, preziosimo e unicità. Permeata dalla passione duchampiana per la reticenza – intesa non come silenzio ma come ambiguità attraverso il silenzio - la selezione dei lavori sarà interessata da implicazioni sentimentali quali la preservazione, la testimonianza e l’affezione sentimentale. Dichiarati emblemi della Blank generation (“generazione del Nulla”), non senza colti riferimenti alle avanguardie dadaiste, surrealiste, situazioniste, a Duchamp, e a Warhol, essi sono oggetti, reliquie, su cui si sono avvalse, di volta in volta, le strategie del riciclaggio e sull’uso alternativo secondo un’estetica del rifiuto, un allure insieme dandy e sottoproletario, ricercato e dimesso che proclama un certo anarchismo in cui tutto è posto sullo stesso piano. In particolare, paradossalmente in luogo all’utopia nichilista, la rumorosità mondana del residuo postmoderno si placa nel silenzio apparente, nella volontà e nell’occasione in cui è possibile l’applicazione del principio “religioso” della veneratio. Finalmente posti sopra al “piedistallo” dell’Arte, elevati al rango, gli oggetti, in primo luogo misconosciuti, demitizzati, sottoposti al dislocamento e allo stravolgimento funzionale, appaiono infine come silenziosi, senza alcun racconto urlato e pittoresco, ora prostrati con discrezione alla benevolenza e alla venerazione dell’osservatore. E poiché la venerazione cui sono sottoposti è appassionata affermazione del presente ed assenso pieno verso la fatale contingenza della più anche umile materia, l’eterogeneità del suo lavoro si conforma ad un’elegia romantica di antica memoria adita alla rivelazione di un qualsivoglia contenuto emotivo sempre sottogiacente all’immanente ed immonda presenza fisica delle cose. Al punto più alto del suo universo sta l’opposto del Bello e del bene comunemente accettati, perché la società colga con raccapriccio le fascinazioni nel contempo e inestricabilmente futili e serie, dichiaratamente superficiali ma profonde, ingannevoli e immaginarie, efficaci perché vacue, potenti perché indeterminate, veritiere perché ambigue al limite del raziocinio.
Vetustaviacarteria60modena41100
Orari: venerdì e sabato 17.00 – 19.00 e su appuntamento
+39 3475601841+39 3316825625/studiovetusta@gmail.com/studiovetusta.blogspot.com
www.stefanopasquini.net

1 commenti:

Maneka ha detto...

Damn cool photography man.