


Entrai, quindi, e mi trovai in una camera abbastanza ampia, ben illuminata da candele di cera. Non vi penetrava il minimo barlume di sole. Era uno spogliatoio, a quanto supposi, osservandone la mobilia, benché buona parte di essa fosse di forme ed usi a me sconosciuti; ma vi troneggiava un tavolino drappeggiato con uno specchio dorato, ed a prima vista compresi che si trattava della toeletta di una gran dama.
Se sarei riuscito a riconoscere questo oggetto così prontamente, senza una gran dama seduta dinanzi ad esso, non saprei dire. In una poltrona, un gomitolo appoggiato al piano della toeletta e il capo chino sulla mano, era seduta la più strana signora che io avessi mai vista e che mai mi sarà dato di vedere.
Era vestita di stoffe assai lussuose - rasi e merletti e sete - e tutta in bianco. Le scarpe erano bianche, un lungo velo bianco le scendeva dalla capigliatura, dei fiori nuziali adornavano i suoi capelli, ma questi erano bianchi. Alcuni gioielli le brillavano sul collo e sulle mani, ed altri rifulgevano lì sul tavolino. Altre vesti, meno lussuose di quelle che indossava, e bauli a metà riempiti, erano sparsi ovunque. Non doveva aver finito di vestirsi, poiché calzava una sola scarpa, e l’altra era sul tavolino accanto alla sua mano - il velo non era acconciato a metà, orologio e catena erano ancora lì, insieme ad un merletto da mettere sul petto, al fazzoletto, ai guanti, ed alcuni fiori e ad un libro di preghiere, il tutto ammucchiato in disordine attorno allo specchio.
Non fu in quei pochi istanti che distinsi tutte quelle cose; pure, il primo colpo d’occhio mi rivelò più di quanto si potrebbe supporre. Vidi che tutto quanto si trovava nella stanza, e che avrebbe dovuto essere bianco, lo era stato molto tempo fa, ed ora aveva perduto la lucentezza, era sbiadito e giallo. Vidi che la sposa in abito nuziale era appassita come l’abito, come i fiori, e non le rimaneva altro splendore che quello degli occhi incavati. Vidi che il vestito era stato tagliato per le forme piene di una giovane donna, e che la figura sulla quale ora esso si afflosciava era tutta pelle e ossa.
(...) Fu quando mi trovai ritto dinanzi a lei, evitando il suo sguardo, che notai ogni particolare delle cose che la circondavano, e mi accorsi che l’orologio era fermo alle nove meno venti e una pendula nella stanza era pure ferma sulle nove meno venti.
Charles Dickens, Grandi Speranze, Capitolo Ottavo.
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