sabato 9 maggio 2009

MUSTAFA SABBAGH ultre l’epiteliale




A cura di Patrizia Silingardi e Sonia Schiavone

8 maggio – 20 giugno 2009
vernissage venerdì 8 maggio 2009 ore 19.00
c/o MelePere(verona)
in miniatura
vernissage sabato 16 maggio 2009 ore 19.00
c/o Vetusta(modena)

Venerdì 8 maggio 2009 inaugura presso la Galleria MelePere di Verona la personale Mustafa Sabbagh. Sensibile interprete di una ritrattistica fotografica che da sempre elude gli artifizi patinati consoni agli stilemi della moda, propone una serie di lavori che si articolano tra i suggestivi sotterranei della galleria veronese MelePere, risalenti al XII secolo. Il contesto vernacolare, impuro e dimesso sottolinea controverse sospensioni percettive. La sua Fotografia è un riflesso tiepido e pacato, una distillazione limpida, una preziosa cristallizzazione. Adolescenziali fisionomie intrise di raro lirismo si susseguono nel manifestare le fascinazioni del sidereo, del lenticolare, di quell’estetica d’oltralpe – fiamminga e scandinava – che dalle antiche intuizioni della Scuola quattrocentesca delle Fiandre, si compie nell’odierna avanguardia di Tillmans, Teller e Dijsktra. In luogo ad ogni attributo iconografico che possa compromettere il desiderio di una seppur labile eternità estetica, il nudo, la carne, l’epitaliale sono il suo ideale: il punctum si insinua come efelide, piccola vena sottocutanea, accidente, contusione e piccola ferita. Disseminate di divine imperfezioni – nei modi caravaggeschi e preraffaelliti che ebbero la sacrilega ambizione nel ritrarre qualcosa di ultraterreno nei panni impuri della cruda realtà – le pose assecondano un immobilismo ghiacciato di inaudita immediatezza. In qualche caso compare un dinamismo cupo e suadente, pervaso da uno spleen romanticheggiante, di erotismo rassegnato, incompiuto. Ne conviene una sorta di neoclassicismo velatamente espressionista dove la vertigine del reale, la meraviglia dell’immondo, la perfettibile imperfezione si impongono come unici stilemi di una galleria di volti che descrive un’epoca decadente, afflitta, emaciata, sotterranea – underground -.

Mustafa Sabbagh nasce ad Amman (Giordania) e studia architettura all’università di Venezia. Dal 2006 insegna fotografia e comunicazione presso la Facoltà di Architettura del Università di Ferrara. Formatosi a Londra come assistente di Richard Avedon, nel 2007 svolge un progetto didattico di shooting alla Central Saint Martins College of Art and Design. Collabora e pubblica diversi lavori in numerose testate tra le quali Arena, the face, Vogue Italia, L’uomo Vogue, Rodeo, Gasby, Front, Kult, ecc. Dal 2004 partecipa a diversi progetti editoriali ed espositivi (bread & butter, Berlino,2004; Human game e Welcome TO MY HOUSE, Firenze, Fondazione Pitti 2006; Lee jeans book , Berlino; bepositive, edwin, forfex, Milano, White, 2009; Carne, Milano, Superstudio, 2009). Sempre nel 2009 partecipa a Like-us, mostra d'arte itinerante ed interdisciplinare che omaggia il genio di Tina Modotti, inserita nel Circuito Off di Bologna Arte Fiera.

giovedì 5 marzo 2009

"DAVANTI" di Jukka Reverberi inaugurazione con Library Tapes live-set domenica 8 marzo ore 18.00 Vetusta via Carteria 60

giovedì 22 gennaio 2009

n.23






“come una fiala rende dopo lunghi anni il profumo dell’essenza che vi fu un giorno contenuta, così certi oggetti conservavano pur qualche vaga parte dell’amore onde li aveva illuminati e penetrati quel fantastico amante.“ (Gabriele D’Annunzio, Il Piacere)

“(…) fu condotto in un vallon fra due montagne istretto / ove mirabilmente era ridutto / ciò che si perde o per nostro diffetto, / o per colpa di tempo o di Fortuna: / ciò che si perde qui, là si raguna / Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l'inutil tempo che si perde a giuoco, / e l'ozio lungo d'uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco, / i vani desideri sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai, / là su salendo ritrovar potrai. Ami d'oro e d'argento appresso vede / in una massa, ch'erano quei doni / che si fan con speranza di mercede / ai re, agli avari principi, ai patroni / Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, / ed ode che son tutte adulazioni. / Di cicale scoppiate imagine hanno / versi ch'in laude dei signor si fanno. Di nodi d'oro e di gemmati ceppi / vede c'han forma i mal seguiti amori. / V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi, / l'autorità ch'ai suoi danno i signori. / I mantici ch'intorno han pieni i greppi, / sono i fumi dei principi e i favori / che danno un tempo ai ganimedi suoi, / che se ne van col fior degli anni poi. Ruine di cittadi e di castella / stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. / Vide serpi con faccia di donzella, / di monetieri e di ladroni l'opra: / poi vide bocce rotte di più sorti, / ch'era il servir de le misere corti. (…) Vide gran copia di panie con visco, / ch'erano, o donne, le bellezze vostre. / Lungo sarà, se tutte in verso ordisco / le cose che gli fur quivi dimostre; / che dopo mille e mille io non finisco, / e vi son tutte l'occurrenze nostre: / sol la pazzia non v'è poca né assai; / che sta qua giù, né se ne parte mai. (…) Era come un liquor suttile e molle, / atto a esalar, se non si tien ben chiuso; / e si vedea raccolto in varie ampolle, / qual più, qual men capace, atte a quell'uso. / Quella è maggior di tutte, in che del folle / signor d'Anglante era il gran senno infuso; / e fu da l'altre conosciuta, quando / avea scritto di fuor: Senno d'Orlando (storia di una fiala) . E così tutte l'altre avean scritto anco / il nome di color di chi fu il senno. / Del suo gran parte vide il duca franco; / ma molto più maravigliar lo fenno / molti ch'egli credea che dramma manco / non dovessero averne, e quivi dénno / chiara notizia che ne tenean poco; / che molta quantità n'era in quel loco. Altri in amar lo perde, altri in onori, / altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze; / altri ne le speranze de' signori, / altri dietro alle magiche sciocchezze; / altri in gemme, altri in opre di pittori, / ed altri in altro che più d'altro aprezze. / Di sofisti e d'astrologhi raccolto, / e di poeti ancor ve n'era molto.“
(Ludovico Ariosto, Stanze dell’Orlando Furioso, Canto XXXIV.

STEFANO PASQUINI
La veneratio nella luna ariostea. Elegia romantica all’ubiquo eternamente ripetuto
A cura di Patrizia Silingardi e Francesca Pincelli
17 gennaio – 28 febbraio 2009
vernissage sabato 17 gennaio 2009 ore 19.00

Narra Ludovico Ariosto che alla ricerca della perduta ragione dell’innamorato Orlando (racchiusa come distillato in una famigerata fiala), il cavalier Astolfo, a cavallo dell’Ippogrifo, approda in una fantasmagorica Luna ritratta come una disordinata cloaca postdiluviana in cui sono raccolte tutte le cose che si sono perdute sulla Terra. Sorta di grandiosa discarica di oggetti prossimi alla ripulsa e all’oblio, la Luna ariostea si presta all’omologia con i rovinosi fondali postmoderni cui l’estetica di Stefano Pasquini si rivolge per selezionare la “materia prima” che andrà a costituirne i manufatti artistici. Per curiosa similitudine la fiala descritta da Ariosto è conforme al capolavoro duchampiano 50 cc air de Paris (27.12.1919, readymade – ampolla di vetro, originale rotto e replica riparata fornita da Duchamp, 1949, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art, The Louise and Walter Arensberg Collection), opera emblematica al fine della comprensione della sezione di lavori quali sono stati scelti per tale evento espositivo. Della sterminata produzione artistica di Stefano Pasquini, la possibilità di contenere l’incontenibile, il gusto astruso per quegli oggetti ambigui, leggermente surreali, in cui si condensa un eccesso di senso e significato, è il pretesto per raccontare una sua indole estetizzante e marginale che si distingue dalla lungimirante ricerca kitsch e post-punk che caratterizza molta parte del suo lavoro . In particolare si tratta di una serie di assemblage catturapolvere e al limite della scultura, provocatori accumuli di oggetti disparati, incorniciature, grafismi a cui è assegnato lo statuto di reliquia, preziosimo e unicità. Permeata dalla passione duchampiana per la reticenza – intesa non come silenzio ma come ambiguità attraverso il silenzio - la selezione dei lavori sarà interessata da implicazioni sentimentali quali la preservazione, la testimonianza e l’affezione sentimentale. Dichiarati emblemi della Blank generation (“generazione del Nulla”), non senza colti riferimenti alle avanguardie dadaiste, surrealiste, situazioniste, a Duchamp, e a Warhol, essi sono oggetti, reliquie, su cui si sono avvalse, di volta in volta, le strategie del riciclaggio e sull’uso alternativo secondo un’estetica del rifiuto, un allure insieme dandy e sottoproletario, ricercato e dimesso che proclama un certo anarchismo in cui tutto è posto sullo stesso piano. In particolare, paradossalmente in luogo all’utopia nichilista, la rumorosità mondana del residuo postmoderno si placa nel silenzio apparente, nella volontà e nell’occasione in cui è possibile l’applicazione del principio “religioso” della veneratio. Finalmente posti sopra al “piedistallo” dell’Arte, elevati al rango, gli oggetti, in primo luogo misconosciuti, demitizzati, sottoposti al dislocamento e allo stravolgimento funzionale, appaiono infine come silenziosi, senza alcun racconto urlato e pittoresco, ora prostrati con discrezione alla benevolenza e alla venerazione dell’osservatore. E poiché la venerazione cui sono sottoposti è appassionata affermazione del presente ed assenso pieno verso la fatale contingenza della più anche umile materia, l’eterogeneità del suo lavoro si conforma ad un’elegia romantica di antica memoria adita alla rivelazione di un qualsivoglia contenuto emotivo sempre sottogiacente all’immanente ed immonda presenza fisica delle cose. Al punto più alto del suo universo sta l’opposto del Bello e del bene comunemente accettati, perché la società colga con raccapriccio le fascinazioni nel contempo e inestricabilmente futili e serie, dichiaratamente superficiali ma profonde, ingannevoli e immaginarie, efficaci perché vacue, potenti perché indeterminate, veritiere perché ambigue al limite del raziocinio.
Vetustaviacarteria60modena41100
Orari: venerdì e sabato 17.00 – 19.00 e su appuntamento
+39 3475601841+39 3316825625/studiovetusta@gmail.com/studiovetusta.blogspot.com
www.stefanopasquini.net

giovedì 15 gennaio 2009

cadeau (n17darkallure)





cadeau
(n17darkallure)
20dicembre2008/9gennaio2009
Morella, Berenice, Ligeia, Charles Baudelaire, Patti Smith, Arthur Rimbaud, Janet Frame, Matthias Grünewald di Aschaffenburg, Jacques Derrida, Christian Boltanski, Ingmar Bergman, Louise Bourgeois, La nausée di Jean Paul Sartre, Marlene Dietrich, Guido Reni, Antonin Artaud, Peter Murphy, Lydia Lunch, Diamanda Galas, Ian Curtis, Albert Camus, Sarah Kay, Bela Lugosi, Filippo Tommaso Martinetti, Santa Caterina da Siena, Jerzy Grotowski, Bruno Domount, Leonardo da Vinci, Joseph Beuys, Cristiane F., la Marchesa Luisa Casati con levriero, André Breton, Greta Garbo, il Conte Dracula, Marc Augé, Alice Liddell, Derek Jarman, Dr. Pignacca, Alfred Jarry, Gretel, Federico Fellini, Urs Lüthi, Julia Margaret Cameron, Man Ray, la Piccola Fiammiferaia, Andrej Tarkovskij, Andy Warhol, Michelangelo Merisi, Eleonora Duse, Biancaneve, Arnold Böcklin, Janis Joplin, Bacone, Chas Addams, Pier Paolo Calzolari, Yves Saint Laurent, Arthur Rackman, Abel Ferrara, San Michele Arcangelo, William S. Burroughs, Odilon Redon, John Everett Millais, Albert Einstein, Ildegarda da Bingen, Jeanne-Luc e Pierre Dardenne, Jules Renard, Giovanna D’arco, George Melies, Elvis Presley, Topogigio, Arthur Rimbaud, Jean Epstein, Meret Oppenheim, Diane Arbus, Cesare Pavese, Carlo Michelstaedter, l’estetica fané, Prassitele, Mina, Gustave Courbet, William Shakespeare, Charlie Chaplin, Gabrielle Chanel, Egon Shiele, Rosalba Carriera, Alfred Stieglitz, PaCman, Platone, Giacomo Leopardi, Arnold Böcklin, Maison Martin Margiela, William Morris, Properzia De Rossi, Walter Benjamin, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Piero della Francesca, Victor Horta, Martin Heidegger, George Brian Brummel(arbiter elegantiae, 1778-1840), Slavoji Zizek, Pippi Calzelunghe, Hans Bellmer, Weegee, Madelaine Vionnet, Paolo Uccello, Jules Laforgue, Barbey d’Aurevilly, Gina Pane, Mario Perniola, William Blake, Sigmund Freud, Rei Kawakubo, Piero Manzoni, Walt Disney, Carol Rama, ecc.
thanks to/avec la partecipation
Franca Antonelli, Colette Baraldi, Enrica Berselli, Alessio Bogani, Anna Lisa Bondioli, Diego Borgazzi, Barbara Bottini, Andrea Chiesi, Claudia Collina, Simone Fazio, Adriana Jebeleanu, Pier Lanzillotta, Sabrina Muzi, Corrado Nuccini, Stefano Pasquini, Adriano Persiani, Christian Rainer, Simone Rondelet, Mustafa Sabbagh, Gilda Scaglioni, Matteo Serri, Andrea Sessa, Ascanio Tacconi, ecc.

lunedì 10 novembre 2008




COLETTE BARALDI
n. 0
su due piedi
Della liquidità e dell’alchimia (per materia et per forma substantiale)


15 novembre – 13 dicembre 2008
vernissage sabato 15 novembre 2008 ore 19.00

“(…) allorché i corpi supercelesti esercitano la loro azione su un elemento, essi operano per loro similitudine e inoltre producono qualche cosa di somigliante a loro stessi e quasi della medesima specie. Dunque, giacché essi producono l’elemento dello elemento e la cosa elementata della cosa elementare, ne consegue necessariamente che vengono a partecipare essi stessi della natura dell’elemento. E per meglio comprendere ciò, occorre osservare che il Sole produce dal Fuoco corpi saturati di acqua urinaria e corpi cristallini sferici.“
San Tommaso D’Aquino, Trattato della pietra filosofale,

L’eccellente finezza miniaturistica che contraddistingue il disegno di Colette Baraldi si presta nel caso alla trascrizione convulsa di un onirismo cruento affine alla patologia melanconica. Marchingegni impossibili, oggetti d’orrore e d’anatema, trappole ed astrusi elettrodomestici affini a strumenti d’inquisizione reinventati nei materiali della quotidiana contemporaneità, compongono un intricato compendio enciclopedico in cui sono indagate le liquide alchimie della materia. L’assunto che ne conviene riguarda la trasmutazione degli accidenti esteriori della materia, lo svelamento dell’arcano e la conseguente rivelazione dell’intima natura di certi oggetti domestici mutati in qualcos’altro prima sconosciuto. Il sottile fluire della narrazione, sorta di estatico “disegno automatico-autobiografico”, allorché scomposto e frammentato, descrive dunque un laboratorio di ingegnosi strumenti, un armamentario di forni, lambicchi, vasi, contenitori, pinze, punte, crogiuoli, fiale, distillatori, in cui si mescolano elementi organici di sangue e carne con altrettanti frammenti metallici, plastici e della tecnologia. Nell’individuarne sofisticate Similitudini, metamorfosi ed oscure prassi al contempo simboliche e metaforiche, Colette Baraldi perviene ad una minuziosa catalogazione in cui il disegno è prossimo alle pratiche dalla magia-stregoneria-ciarlataneria contestualmente comprendenti tutte le categorie linguistiche dell’alchimia (tecnologiche, criptografiche, immaginifiche, antropomorfiche, fantastiche).

lunedì 15 settembre 2008



Festival Filosofia 2008
19/20/21 settembre
Sulla Fantasia


studio vetusta presenta
Mundus est fabula: rêveries, illuminazioni e sogni lucidi
a cura di Patrizia Silingardi e Matteo Serri

Nell’ indagare la singolare elezione artistica in cui la fantasticheria riguarda il “dormiveglia” e la “mescolanza” tra le istanze del reale e le pulsioni dell’inconscio, il concetto di fantasia, sempre inteso nella sua accezione di creazione, meraviglia, finzione ed artificialità (come ciò che è fatto ad arte), è declinato nell’immagine della rêverie, dell’illuminazione e del sogno lucido. Queste tre stati, queste modalità in cui la fantasia si esplica come sutura tra reale ed irreale senza dimostrarsi come mera evasione disimpegnata è indagata come possibilità di approfondimento ed analisi della coscienza e del reale, come apertura alla creazione dell’universo. Contro il logos razionale, la preoccupazione dell’utile, la misura morale e la struttura immanente delle cose, la Fantasia riguarderà il dualismo in cui sono accostati sogno diurno/veglia notturna/illuminazione stupefacente. In essa andranno a configurarsi visioni fosche, promiscue, “sonnolente”, non disciplinate, non sottomesse alle sovrastrutture logiche, estetiche e morali. L’istanza fantastica avrà, in questi modi, una connotazione tutt’altro che spensierata ma essenzialmente colma d’ogni possibile libertà analitica da tradursi come “rivelazione sinestetica”, come “polifonia sensoriale”, “investigazione” e “significazione” dove di fatto tutti i sensi umani convivono in un’armonia universale per raggiungere la conoscenza suprema. Di qui le argomentazioni che andranno a costituire una “ricostruzione onirica di un mondo incantato” come estatica condizione d’accrescimento del senso del meraviglioso e della bellezza convulsiva, erotico-velata e magico-circostanziale dell’universo.


PROGRAMMA

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ADRIANO PERSIANI
Paraître (la rêverie)
Vernissage Venerdì 19 settembre 2008 ore 19.00
Una portantina barocca, un’apparato effimero per una parata, una grandiosa seduta mobile che significa l’inquietudine e la sospensione del viaggio e del passaggio attraverso mondi altri, indicibili perché composti dalla materia del sogno e della sua vacua rimembranza diurna. Le tenui tonalità spirituali della fantasticheria si stemperano si condensano in una sorta di volontà dedita all’empirismo, all’oggettualità concreta e tangibile. Come consueto nell’opera di Adriano Persiani, i materiali sono significazione e concetto, residuo simbolico di uno stato d’animo vicino all’inquietudine e per questo, le decorazioni, i drappeggi e le volute che adornano la portantina (rigorosamente realizzati in celeste stoffa chirurgica) si prestano a suggerire un mutamento percettivo che riguarda l’angosciante condizione del passaggio esistenziale.
Prima di essere creati o trovati, gli oggetti proposti da Adriano Persiani sono stato sognati; non pensati consciamente, nella meditazione che precede l’esecuzione dell’opera, ma concepiti per intero dal lavoro inconscio del sogno. Si tratta di “sogni-oggetto”, condensanti in essi un lavoro autoplastico e “alloplastico”. Tali manufatti entrano quindi in un complesso gioco di spostamenti e sostituzioni (sineddoche, metonimie, metafore) e saranno investiti di valenze simboliche da individuare secondo l’idea romantica della «irrimediabile inquietudine umana». L’oggetto artistico sarà allora un significante privilegiato che assume tutta una serie di contenuti instabili, ineffabili o aleatori, entrando in una catena diatronica di significanti (correlativi oggettivi) aperta nei due sensi (passato-futuro) e virtualmente infinita. In quanto luogo di investimenti immaginari esso si trova così associato ad un ruolo demiurgico, alla funzione modellatrice di grande ordinatore. Nello stesso tempo è confinato in uno spazio che è quello del residuo, traccia del continente scomparso qual è la fantasia onirica, il sogno lucido e l’allucinazione di cui è responsabile la rêverie. Ne conviene un nuovo statuto linguistico dell’oggetto che andrà ad approfondire la “psicologia dello stupore” manifestandosi appieno nella sua capacità simbolica, emblematica, evocativa e, non da ultima, nella sua effettiva eclissi funzionale.La rêverie rappresenta l’espressione di materiale notturno dimenticato nella limpidezza del giorno («La rêverie come stato dello spirito che si abbandona ricordi e immagini è per Bachelard la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, lascia errare il proprio spirito e gode in tal modo di una libertà simile a quella del sogno (rêve), in rapporto al quale la rêverie indica tuttavia un fenomeno della veglia e non del sonno.» Pref. a G. Bachelard, La poetica della rêverie, 1960)


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FUMANA
presentazione della fanzine + sfilata di corpo bandistico a cura di Corrado Nuccini e Matteo Serri
Sabato 20 settembre 2008 ore 19.00



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L’illuminazione stupefacente: fondamenti naturali della fantasia (omaggio ad Albert Hofmann)
COLETTE BARALDI DIEGO BORGAZZI FRANCESCO GALAVOTTI MARC GILOUX TIMOTHY HUTCHINGS ADRIANA JEBELEANU CORRADO NUCCINI STEFANO PASQUINI CHRISTIAN RAINER GILDA SCAGLIONI ANDREA SESSA COSIMO TERLIZZI
Sabato 20 settembre ore 22.00

“Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione, Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Il sole entra nella stanza bianca del suo laboratorio di ricerche farmacologiche, secondo piano della Sandoz, Basilea. Sono le due di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di LSD della Storia.”

Al di là degli innumerevoli fasti decadenti della Rivoluzione Psicadelica conseguente alla scoperta dei nuovi “Misteri Eleusini” da parte di Albert Hofmann (migliaia di artisti, scrittori e musicisti, simultaneamente, hanno la stessa visione sublime), il dato interessante è l’ammissione dell’esistenza di una diversa realtà trascendentale e fantastica che va al di là delle manifestazioni fisiche contingenti. Memore dei Paradis Artificiel baudelairiani, di contro ai “veli di Maya” e alle “caverne di Platone”, il chimico svizzero ha dimostrato come certe sostanze estratte dalle piante psicoattive, date certe condizioni, sono in grado di provocare stati visionari in cui la fantasia si dimostra essere l’eco di una verità trascendentale, primordiale e sconosciuta. Poiché è scientificamente dimostrato che la realtà percepita dai nostri occhi ritrae un mondo limitato alle capacità dei recettori e dei sensi umani (infatti, gli animali vedono e vivono la realtà in modo del tutto dissimile, e così per esempio le api, provviste di antenne visive sensibili alle lunghezze d’onda nello spettro ultravioletto e ultrarosso, vedono colori per noi invisibili) ecco che lo stereoscopico e floreale compendio fantastico conseguente all’’illuminazione lisergica perviene all’approfondimento e alla rivelazione della meraviglia ineffabile, al “vedere per la prima volta” i colori, la profondità e le segrete animazioni delle cose dell’universo. Infine, per edulcorare ulteriormente il maledettismo e le accezioni patologiche della fantasia sciamanica inventata da Hofmann, basti sapere che è scientificamente dimostrato che l’LSD, al contrario di molti stupefacenti del ventunesimo secolo, non produce dipendenza, non distrugge cellule e non ha controindicazioni mediche. L’unico incognita è superare lo “shock della rivelazione” («L’illuminazione consiste in una radicale modificazione di coscienza in cui il mondo esterno e lo “sperimentatore” stesso subiscono una profonda trasformazione che può colmare in gioia ma anche in sgomento. I confini tra mondo esterno e mondo interire sembrano completamente soppressi. Le sensazioni e la fantasia sono enormemente intensificate. Visioni fantastiche, ispiratrici a volte di una beatitudine tra le più sublimi, a volte di un terrore tra i più profondi, vengono vissute come totalmente reali. Spesso riappaiono alla coscienza vivide immagini di esperienze passate, appartenenti talvolta alla prima infanzia. L’illuminazione è conseguente all’assunzione di un particolare gruppo di droghe di cui sono state suggerite diverse denominazioni, quali: allucinogene, fantastiche, psichedeliche, enteogene. Per lo più in uso è ancor oggi il termine psichedelico, che significa espandere l’anima. Fondamentalmente queste sostanze sono: LSD (abbreviazione di Lysergsäure – diäthylamid: dietilamide dell’acido lisergico), psilocibina, messalina, nell’ordine della loro efficacia. È importante e interessante osservare come tutte queste sostanze siano in relazione con con le droghe sacre e le piante che sono state impiegate da millenni in ambito religioso e nelle pratiche magiche di guarigione in Messico e nelle adiacenti regioni del Centro America, dove ancora oggi vengono utilizzate secondo la tradizione.» A. Hofmann, LSD. I miei incontri con Huxley, Leary, Jünger, Vogt, 1980).



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Il sogno lucido: “Qualcosa di Alice (Něco z Alenky)
(Svizzera, Germania Ovest, Gran Bretagna, 1987)
Regia di Jan Švankmajer
Domenica 21 settembre ore 22.00

Sinossi: Alice sta con la governante sulle rive di un ruscello. È triste, tira sassolini nell’acqua. Sfoglia il libro della governante e si prende uno schiaffo sulla mano. Nella sua stanza Alice vede un coniglio impagliato prendere vita. Esce con lui dalla stanza e si ritrova in un campo. Il coniglio si infila in un cassetto di un tavolo. Alice lo segue. Un cunicolo e un ascensore. Alice, dopo essere scesa sempre più giù dietro al coniglio, cerca di aprire con una chiave minuscola una altrettanto minuscola porta. Scopre che se beve dell’inchiostro diventa piccola; se mangia un biscotto, ridiventa grande. Si mette a piangere e la stanza si allaga. Il coniglio naviga su una barchetta. Alice mangia dei dolcetti, diventa piccola, apre la porta, tutta l’acqua esce fuori e lei e il coniglio vengono trascinati via. Si ritrovano in un campo. Il coniglio la porta a casa sua. Alice, nella stanza del coniglio, beve dell’inchiostro, ridiventa grande e si barrica nella casa mentre il coniglio tenta di rientrarvi con l’aiuto di altri strani animali come una lucertola che ha un teschio per testa e delle galline che sembrano cavalli. Il coniglio lancia sassi verso Alice, i sassi si trasformano in dolci, Alice li mangia, ritorna piccola, scappa, è presa dagli animali, finisce in pentola, viene trascinata via dalle galline e chiusa in una specie di laboratorio dove dalle uova nascono scheletri di animali, dal pane spuntano chiodi, dalla scatole di cibo escono insetti. Alice trova la chiave della stanza. Esce, c’è un’altra stanza con dei buchi sul pavimento da cui escono lunghe calze che sembrano vermi. Alice fa incontri straordinari: abeti che diventano grandi e poi piccoli, una casetta da cui vengono gettati piatti e padelle, un pesce e una rana in abiti settecenteschi. Alice ritrova il coniglio e riceve un invito dalla Regina. Incontra anche il Cappellaio Matto che prende il tè col coniglio. Seguendo il coniglio, arriva dalla Regina che la vuole processare. Ma Alice mangia tanti dolci e si risveglia nella sua stanza.

Interamente girato con tecnologie obsolete in una vecchia panetteria di Praga trasformata in studio creativo, la famigerata fiaba vittoriana è qui trasposta seguendo l’estetica del sogno lucido, un sogno in cui si ha la percezione di stare sognando, di fantasticare. Le metamorfosi, i suoni reali, le nozioni di “condensazione-spostamento-sostituzione” che ne contraddistinguono l’intreccio scrupoloso alludono a e ricreano un allucinato senso di Realtà memore di subconscie ed indimenticate sensazioni infantili. Debitrice degli studi freudiani, rivelatori dell’enorme potenziale di un inconscio non imbrigliato dalla ragione, che appare come un universo inesplorato, libero e totalmente imprevedibile, in cui il sogno e la fantasticheria hanno una struttura, un significato, una finalità, un contenuto manifesto dello psichismo latente, la narrazione condensa una proposta di ricostruzione fantastica di una realtà che, sebbene di matrice onirica, riguarda i lucidi sensazionalismi della veglia.
Jan Švankmajer è autorevole portavoce del movimento “poetico” surrealista boemo che esiste dal 1934 ed è a tutt’oggi attivo nell’avvalorare una “poesia per i cinque sensi”, un’arte “leggera, sbarazzina, fantastica, gioiosa, antieroica ed amabile” che trasformi la vita in un “eccentrico carnevale , arlecchinata in sensazioni e immagini, ebbra banda filmica, caleidoscopio prodigioso”. Una delle caratteristiche del surrealismo ceco è infatti la costante meraviglia, il senso di stupore che accompagna ogni produzione artistica. Fondamentale è anche il determinismo fantastico aderente alla pratica della scrittura automatica che fu di Breton e Soulpaut. Infatti, come da definizione (“automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia con qualsiasi altro mezzo, il funzionamento reale del pensiero”), la scrittura automatica prevede di utilizzare a fini poetici il materiale onirico dei sogni notturni senza modificare nulla e anzi lasciando la possibilità nella più totale libertà e immediatezza, limitandosi a registrarne lucidamente il flusso quasi come sotto dettatura. Le sequenze di immagini e di parole s’inseguono e confondono, producendo cortocircuiti semantici, effetti di umorismo involontario, inedite analogie, esplosioni di nonsense, polivalenze ambigue e sconcertanti. La fantasia onirica sarà allora trasposta in maniera “empirista” come assioma di una letteratura visiva colma di distorsioni o torsioni di senso, di perdite di proporzionalità in cui è finalmente rivelata la realtà superiore di certe forme di associazione prima di ora trascurate ( “Un sogno lucido è un sogno in cui il soggetto si accorge di stare sognando. Quando le persone diventano consapevoli di sognare, il loro sogno non è generalmente «irreale» in ogni accezione del termine. Cioè non è vago, confuso, mal definito. Una volta che il sogno è arrivato al punto in cui chi sogna si chiede: «Quest’esperienza appartiene al sogno o alla vita reale?», il sogno sembra essere un’accurata imitazione della vita reale.” (C. Green, Sogni Lucidi, 1971)



vetusta
via Carteria 60, Modena
+ 39 347 5601841 + 39 331 7842175

martedì 26 agosto 2008

"VEGLIA" INAUGURAZIONE Venerdì29Agosto ore21.00 FestaProvincialedel PD ModenaPonte Alto





Le immagini sono state scattate nel 2008 tra NewDelhi,Varanasi e Calcutta.