mercoledì 11 novembre 2009


mercoledì 9 settembre 2009

“47”

Art Verona +
FestivalFilosofia2009SullaComunità
18/19/20settembre2009

studio vetusta/melepere
presenta
gilda scaglioni
giulia ferrarese
luiza samanda turrini

“47”
maramures,sặpånţa,cimitirul,vesel:
abracadabra dell’allegrezza e del compianto

a cura di Patrizia Silingardi e Sonia Schiavone
con Adriana Jebeleanu

In occasione di ArtVerona, prestigiosa cornice dell’arte contemporanea internazionale, MelePere presenta un progetto espositivo legato al Festival della Filosofia, che si svolge a Modena in contemporanea. In collaborazione con la galleria StudioVetusta e declinando il tema del Festival – la comunità – sulla sua effettiva possibilità di conservazione e memoria quale è da intendersi il luogo del cimitero, MelePere propone il confronto interdisciplinare di tre artiste, Gilda Scaglioni, Giulia Ferrarese e Luiza Samanda Turrini, che di volta in volta, attraverso l’istallazione, il video e la scrittura, argomentano le fascinazioni concettuali di questo luogo. Il progetto è contraddistinto dal numero “47”, che nella cabala significa infatti “morto che parla”. In particolare, al contempo includendo le valenze fiabesche del sortilegio, l’abracadabra cui allude il titolo fornisce precise coordinate spaziali, vere e proprie indicazioni geografiche atte ad indicare un remoto distretto della Romania ai confini con l’Ungheria, Maramures, dove, nella piccola cittadina di Sãpånta, veniva creato negli anni Settanta uno straordinario museo en plein air: il “Cimitirul Vesel”: il Cimitero Allegro, dove a dispetto delle consuete convenzioni – da sempre dedite alla cupa tristezza del lutto - è celebrata l’allegrezza e la gioia. Per Gilda Scaglioni si tratta di creare sepolcri, epitaffi, memorabilia che significano un evento da ricordare con lieve sorriso. Un’albero genealogico degli indimeticati vestiti delle bambole – una sorta di circuito elettrico - è il pretesto per raccontare il languore di un’assenza-presenza di cui è rimasto solo il fantasma, la veste. L’ immanenza degli oggetti, pur sempre connotati da lente pratiche quali il cucito, la scrittura, la composizione accurata – perviene a trascrivere un leggero sentimento di infantile stupore, di perduta inconsapevole felicità. Gli stessi graditi fantasmi, così come quel nostalgico passato di profonda affezione e rimembranza, si raccolgono nel contributo letterario di Luiza Samanda Turrini che presenta una prosa inedita, in cui la parola, come un gioiello, è fine e “cesellata” nel trascrivere il soliloquio degli scomparsi. Nel proporre il suo minuto cimitero allegro, partecipa alla riflessione su quelle indispensabili occorrenze quali sono la preservazione e la memoria al di là delle effimere esistenze. Intanto a scandire l’inesorabile e sempre uguale passaggio del tempo, Giulia Ferrarese si adopera nell’implacabile e sonnolente videoregistrazione di ombre e sole, soffermandosi su cosa galleggia o è prossimo alla marcescenza, intenta a cogliere - nei modi di Baudelaire e dell’apparente minimalismo del cinema russo e d’oltralpe - un qualsivoglia respiro che davvero non sia umano.

vernissage venerdì 18 settembre 2009 ore 19.00
c/o studiovetusta, modena,via carteria60

opening 18-19-20 settembre h.19.00/22.00
c/o melepere,verona,via sottoriva12


melepereverona37121viasottoriva12info390458015353www.melepere.com
vetustamodena41100viacarteria60info393475601841studiovetusta.blogspot.com


Luiza Samanda Turrini


THE DEAD

Ci sentite? Riuscite a sentirci?

Noi non parleremo al vostro orecchio.
Non è con il vostro orecchio
che dovete ascoltarci

Sono altri, i portali

Vi ricordate

di noi?

Nel corso del tempo
Abbiamo avuto

Altri nomi

Voi ci chiamavate

i Viaggiatori

i Sognatori

gli Ammalati

gli Incantati

Ma ora

Ci chiamate
Con un altro

Nome


Noi siamo i Morti


Siamo qui per dirvi
per parlarvi per dirvi che

per
chiedervi

che cosa dovremmo
sentire
per chi

ci disconosce

per chi non vuole vederci

per chi fa finta che noi
non esistiamo

per chi
senza nemmeno saperlo
ci offende

noi vorremmo

scioglierci nelle acque

sprofondare nell’odoroso
e buio

grembo terrestre

o esplodere verso l’alto
portati dalla fiamma

ma voi ci rinchiudete

in scatole ermeticamente chiuse

e i nostri passamenti si dilatano

lì chiusi per anni
finchè la nostra macchina esplosa

non si dissolve

i passamenti
sembrano
non finire mai
e noi guardiamo
quasi con curiosità
lo scempio
ermeticamente chiuso

e pensiamo che davvero
abbiamo perduto il supporto
dell’amore
di chi rimane

se voi ci amaste
se ci amaste davvero
dovreste mangiarci

ma voi avete orrore
di noi

noi siamo gli altri


Noi non siamo uguali a voi

Voi vi muovete, siete in movimento
Il vostro movimento non cessa
mai
nemmeno quando cadete addormentati
Nemmeno quando le vostre teste
sono attraversate
dalle onde theta
del coma

Nell’immobilità più assoluta, se qualcuno vi sposta
il vostro movimento genera

onde armoniche

Noi no

Vi ricordate?
Vi ricordate del nostro corpo,
dopo che noi siamo passati
Di Là?

Era come un minerale
un guscio vuoto
fermo

Vi ricordate dei movimenti
dei nostri corpi
evacuati?

Erano sordi. Si incuneavano nei sostegni
Erano dei
non-movimenti

Oh, la danza delle molecole viventi
Perpetua
Come una sinfonia

Voi dite
che come voi
è meglio

La vita è meglio della morte!
voi dite

Quando lo dite, noi sorridiamo

È come il ricordo

di un sorriso

È meglio?
È peggio?

È meglio la gemma dell’infazia
o il fiore
della giovinezza?

Ci sono i vantaggi
e gli svantaggi

intrecciati fra loro
come una tela

I vostri vantaggi sono le Cinque Maestà,
i vostri portali
che in realtà sono
molti di più

i cinque che conoscete
sondano e scompongono il mondo
e lo riuniscono insieme
nel corpo
Così il corpo e il mondo diventano uno
Ma il vostro corpo si percepisce
come separato

E questo per noi è un mistero.
Noi abbiamo dimenticato
Come questo
Sia possibile.

I portali
Sono un capolavoro

Il caldo tatto, che avvolge i vostri esseri
come una coperta di piume

Il voluttuoso gusto
che stacca pezzi grondanti di mondo e
li porta dentro di voi

L’odorato
che vi parla come la musica, e si conficca
negli stati più profondi
della memoria

L’udito,
che trasforma il mondo
in un giardino di fruscii, di canti,
di silenzio urlante

E la vista,
il divino raggio
il soffio
della conoscenza.

Che forza
Che nettezza
Che splendore

Noi non ce li abbiamo più
Quello che ci rimane
È pallido ed attutito
Come in un sogno

Noi abbiamo evacuato
l’ancora del corpo.

Siamo decollati.

E ora siamo
in balia
Delle correnti.

Che
Cosa
E’
Successo?

Ci abbiamo messo un po’
prima di
prenderne atto.

Il dolore è stato

Fortissimo

Il dolore più grande
di tutta
la vita

Il corpo non lo ha retto.
Si è schiantato

Non importa
come ci arriverete.

Nel sonno, nella malattia, nella tortura

Il picco è uguale per tutti.

E non è
facile

È difficile

È la cosa più difficile che vi capiterà di fare

Morire

Il dolore è
Indicibile
.
Il corpo si schianta. Esplode.

Il tempo finisce

Ma dopo

Nell’attimo

sulla soglia

Nel momento
del rilascio

Sopravviene
L’ultima
Sensazione

Un piacere

Infinito

Come il dolore che è venuto prima di esso

Sfuma
come un ricordo

Come qualcosa che non c’è

Perché noi

cessiamo di esserci

come voi farete

tutti voi
lo farete

E poi?
Cosa succede poi?

Noi vediamo
che voi volete sapere
che cosa succede
poi

Succede che

Si abbandona
il corpo schiantato

si esce

Fuori

e fuori non c’è più il tempo

l’argine del fiume in cui il tempo
scorre
è il corpo

e quando il corpo finisce
il fiume del tempo si getta nell’oceano

dove non esiste né prima né dopo
ma tutto avviene in un eterno presente
come nei sogni

noi perdiamo il corpo
e in quel momento capiamo
che il poema

del suo movimento costante

è solo un pallido preludio
di ciò che

viene dopo

noi prendiamo il volo
voliamo

intorno alle case
alle montagne
sfioriamo le cime degli alberi
le distese di nubi
vediamo la terra dall’alto

scorporati

non abbiamo più vincoli
di gravità e di peso

andiamo
da un mondo all’altro
senza più leggi terrestri
a cui obbedire

come nei sogni

a volte indugiamo presso di voi

vi spianiamo le strade
allineiamo i crocicchi
oppure vi urliamo
di non andare

e il sogno diventa
bellissimo
quando voi
ci sentite

e ora vediamo
che voi ci chiedete
ci incalzate
volete sapere

della nostra natura

vedrete

la morte
la morte
la morte non è che

un passaggio

a una fase ulteriore

una fase priva
della meravigliosa
e pesante
cassa di risonanza
della carne
e dell’io

una fase
più

sottile

in cui rimangono solo
molecole
ed elettricità

onde

noi siamo come
le onde

passiamo attraverso
le cose

sentiamo

le modulazioni di frequenza

dei pensieri
e delle intenzioni

vediamo tutto

dall’alto

vediamo
la mappatura

e non siamo

come voi ci credete

eterni

la vostra memoria di noi
ci lega
a prima

quando la vostra memoria
si dissolve
il legame si spezza
e noi

viaggiamo
per diporto

fino a che
non sentiamo

qualcosa
che sembra

il ricordo della stanchezza

e allora
decidiamo

di dissolverci
di disperdere
i nostri atomi
nel mondo

cadendo come semi
nella terra
nelle pietre
nel mare
e questa volta
tutto

avviene

senza dolore

in pace


ma prima che questo accada
prima di riuscire a governare il sogno

noi continuiamo ad esserci

e amiamo i profumi
le luci
le cose che ci assomigliano
i suoni

quando voi ce le portate
portate a noi luci, profumi, suoni
essi ci accarezzano
ci toccano
e noi siamo
felici

è come

il ricordo

della felicità

ma più di tutto

amiamo
parlarvi

nelle ore buie
nelle ore
solitarie
se voi vi metterete all’ascolto
noi vi parleremo

vi parliamo a volte
attraverso canzoni
attraverso immagini improvvise
attraverso
parole
scritte da altri
noi abbiamo il potere
di piegare
i crocicchi invisibili

noi siamo forti
e numerosi
come le onde del mare
e possiamo
portarvi in dono
parole e immagini
portarvi armonie musicali

ma se voi volete
la notte riuscirete a parlarci
nelle bolle di silenzio

dovrete fare attenzione
e scartare tutte le altre voci
dentro la vostra testa
e sintonizzarvi
sulla nostra

noi non vi mentiremo

fra voi c’è chi
riesce ad ascoltarci
meglio
perché il fragore del mondo
non riesce a portarselo
assieme agli altri
e questo chi
spesso sente che

deve risponderci

e allora fa delle cose

cose purificate
che mostrano
lui
e il mondo
com’è davvero
e come dovrebbe essere

questo chi
da corpo
a ciò che noi gli suggeriamo

perché attenzione

tutte le vere visioni
sono visioni
dell’Aldilà

così viene preparato il fondale
del trapasso
il paesaggio di là
per quando passeranno
quelli fra voi
che sanno
ascoltarci
e darci risposta

Noi parliamo di noi e di voi
Perché voi
possiate capirci

Ma in realtà
non esiste
un noi e un voi

Perché tutti voi
diventerete noi
Nessuno escluso

non dovete avere
paura

noi siamo stati voi
voi tutti sarete noi
noi e voi
siamo la stessa cosa





sabato 9 maggio 2009

MUSTAFA SABBAGH ultre l’epiteliale




A cura di Patrizia Silingardi e Sonia Schiavone

8 maggio – 20 giugno 2009
vernissage venerdì 8 maggio 2009 ore 19.00
c/o MelePere(verona)
in miniatura
vernissage sabato 16 maggio 2009 ore 19.00
c/o Vetusta(modena)

Venerdì 8 maggio 2009 inaugura presso la Galleria MelePere di Verona la personale Mustafa Sabbagh. Sensibile interprete di una ritrattistica fotografica che da sempre elude gli artifizi patinati consoni agli stilemi della moda, propone una serie di lavori che si articolano tra i suggestivi sotterranei della galleria veronese MelePere, risalenti al XII secolo. Il contesto vernacolare, impuro e dimesso sottolinea controverse sospensioni percettive. La sua Fotografia è un riflesso tiepido e pacato, una distillazione limpida, una preziosa cristallizzazione. Adolescenziali fisionomie intrise di raro lirismo si susseguono nel manifestare le fascinazioni del sidereo, del lenticolare, di quell’estetica d’oltralpe – fiamminga e scandinava – che dalle antiche intuizioni della Scuola quattrocentesca delle Fiandre, si compie nell’odierna avanguardia di Tillmans, Teller e Dijsktra. In luogo ad ogni attributo iconografico che possa compromettere il desiderio di una seppur labile eternità estetica, il nudo, la carne, l’epitaliale sono il suo ideale: il punctum si insinua come efelide, piccola vena sottocutanea, accidente, contusione e piccola ferita. Disseminate di divine imperfezioni – nei modi caravaggeschi e preraffaelliti che ebbero la sacrilega ambizione nel ritrarre qualcosa di ultraterreno nei panni impuri della cruda realtà – le pose assecondano un immobilismo ghiacciato di inaudita immediatezza. In qualche caso compare un dinamismo cupo e suadente, pervaso da uno spleen romanticheggiante, di erotismo rassegnato, incompiuto. Ne conviene una sorta di neoclassicismo velatamente espressionista dove la vertigine del reale, la meraviglia dell’immondo, la perfettibile imperfezione si impongono come unici stilemi di una galleria di volti che descrive un’epoca decadente, afflitta, emaciata, sotterranea – underground -.

Mustafa Sabbagh nasce ad Amman (Giordania) e studia architettura all’università di Venezia. Dal 2006 insegna fotografia e comunicazione presso la Facoltà di Architettura del Università di Ferrara. Formatosi a Londra come assistente di Richard Avedon, nel 2007 svolge un progetto didattico di shooting alla Central Saint Martins College of Art and Design. Collabora e pubblica diversi lavori in numerose testate tra le quali Arena, the face, Vogue Italia, L’uomo Vogue, Rodeo, Gasby, Front, Kult, ecc. Dal 2004 partecipa a diversi progetti editoriali ed espositivi (bread & butter, Berlino,2004; Human game e Welcome TO MY HOUSE, Firenze, Fondazione Pitti 2006; Lee jeans book , Berlino; bepositive, edwin, forfex, Milano, White, 2009; Carne, Milano, Superstudio, 2009). Sempre nel 2009 partecipa a Like-us, mostra d'arte itinerante ed interdisciplinare che omaggia il genio di Tina Modotti, inserita nel Circuito Off di Bologna Arte Fiera.

giovedì 5 marzo 2009

"DAVANTI" di Jukka Reverberi inaugurazione con Library Tapes live-set domenica 8 marzo ore 18.00 Vetusta via Carteria 60

giovedì 22 gennaio 2009

n.23






“come una fiala rende dopo lunghi anni il profumo dell’essenza che vi fu un giorno contenuta, così certi oggetti conservavano pur qualche vaga parte dell’amore onde li aveva illuminati e penetrati quel fantastico amante.“ (Gabriele D’Annunzio, Il Piacere)

“(…) fu condotto in un vallon fra due montagne istretto / ove mirabilmente era ridutto / ciò che si perde o per nostro diffetto, / o per colpa di tempo o di Fortuna: / ciò che si perde qui, là si raguna / Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l'inutil tempo che si perde a giuoco, / e l'ozio lungo d'uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco, / i vani desideri sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai, / là su salendo ritrovar potrai. Ami d'oro e d'argento appresso vede / in una massa, ch'erano quei doni / che si fan con speranza di mercede / ai re, agli avari principi, ai patroni / Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, / ed ode che son tutte adulazioni. / Di cicale scoppiate imagine hanno / versi ch'in laude dei signor si fanno. Di nodi d'oro e di gemmati ceppi / vede c'han forma i mal seguiti amori. / V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi, / l'autorità ch'ai suoi danno i signori. / I mantici ch'intorno han pieni i greppi, / sono i fumi dei principi e i favori / che danno un tempo ai ganimedi suoi, / che se ne van col fior degli anni poi. Ruine di cittadi e di castella / stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. / Vide serpi con faccia di donzella, / di monetieri e di ladroni l'opra: / poi vide bocce rotte di più sorti, / ch'era il servir de le misere corti. (…) Vide gran copia di panie con visco, / ch'erano, o donne, le bellezze vostre. / Lungo sarà, se tutte in verso ordisco / le cose che gli fur quivi dimostre; / che dopo mille e mille io non finisco, / e vi son tutte l'occurrenze nostre: / sol la pazzia non v'è poca né assai; / che sta qua giù, né se ne parte mai. (…) Era come un liquor suttile e molle, / atto a esalar, se non si tien ben chiuso; / e si vedea raccolto in varie ampolle, / qual più, qual men capace, atte a quell'uso. / Quella è maggior di tutte, in che del folle / signor d'Anglante era il gran senno infuso; / e fu da l'altre conosciuta, quando / avea scritto di fuor: Senno d'Orlando (storia di una fiala) . E così tutte l'altre avean scritto anco / il nome di color di chi fu il senno. / Del suo gran parte vide il duca franco; / ma molto più maravigliar lo fenno / molti ch'egli credea che dramma manco / non dovessero averne, e quivi dénno / chiara notizia che ne tenean poco; / che molta quantità n'era in quel loco. Altri in amar lo perde, altri in onori, / altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze; / altri ne le speranze de' signori, / altri dietro alle magiche sciocchezze; / altri in gemme, altri in opre di pittori, / ed altri in altro che più d'altro aprezze. / Di sofisti e d'astrologhi raccolto, / e di poeti ancor ve n'era molto.“
(Ludovico Ariosto, Stanze dell’Orlando Furioso, Canto XXXIV.

STEFANO PASQUINI
La veneratio nella luna ariostea. Elegia romantica all’ubiquo eternamente ripetuto
A cura di Patrizia Silingardi e Francesca Pincelli
17 gennaio – 28 febbraio 2009
vernissage sabato 17 gennaio 2009 ore 19.00

Narra Ludovico Ariosto che alla ricerca della perduta ragione dell’innamorato Orlando (racchiusa come distillato in una famigerata fiala), il cavalier Astolfo, a cavallo dell’Ippogrifo, approda in una fantasmagorica Luna ritratta come una disordinata cloaca postdiluviana in cui sono raccolte tutte le cose che si sono perdute sulla Terra. Sorta di grandiosa discarica di oggetti prossimi alla ripulsa e all’oblio, la Luna ariostea si presta all’omologia con i rovinosi fondali postmoderni cui l’estetica di Stefano Pasquini si rivolge per selezionare la “materia prima” che andrà a costituirne i manufatti artistici. Per curiosa similitudine la fiala descritta da Ariosto è conforme al capolavoro duchampiano 50 cc air de Paris (27.12.1919, readymade – ampolla di vetro, originale rotto e replica riparata fornita da Duchamp, 1949, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art, The Louise and Walter Arensberg Collection), opera emblematica al fine della comprensione della sezione di lavori quali sono stati scelti per tale evento espositivo. Della sterminata produzione artistica di Stefano Pasquini, la possibilità di contenere l’incontenibile, il gusto astruso per quegli oggetti ambigui, leggermente surreali, in cui si condensa un eccesso di senso e significato, è il pretesto per raccontare una sua indole estetizzante e marginale che si distingue dalla lungimirante ricerca kitsch e post-punk che caratterizza molta parte del suo lavoro . In particolare si tratta di una serie di assemblage catturapolvere e al limite della scultura, provocatori accumuli di oggetti disparati, incorniciature, grafismi a cui è assegnato lo statuto di reliquia, preziosimo e unicità. Permeata dalla passione duchampiana per la reticenza – intesa non come silenzio ma come ambiguità attraverso il silenzio - la selezione dei lavori sarà interessata da implicazioni sentimentali quali la preservazione, la testimonianza e l’affezione sentimentale. Dichiarati emblemi della Blank generation (“generazione del Nulla”), non senza colti riferimenti alle avanguardie dadaiste, surrealiste, situazioniste, a Duchamp, e a Warhol, essi sono oggetti, reliquie, su cui si sono avvalse, di volta in volta, le strategie del riciclaggio e sull’uso alternativo secondo un’estetica del rifiuto, un allure insieme dandy e sottoproletario, ricercato e dimesso che proclama un certo anarchismo in cui tutto è posto sullo stesso piano. In particolare, paradossalmente in luogo all’utopia nichilista, la rumorosità mondana del residuo postmoderno si placa nel silenzio apparente, nella volontà e nell’occasione in cui è possibile l’applicazione del principio “religioso” della veneratio. Finalmente posti sopra al “piedistallo” dell’Arte, elevati al rango, gli oggetti, in primo luogo misconosciuti, demitizzati, sottoposti al dislocamento e allo stravolgimento funzionale, appaiono infine come silenziosi, senza alcun racconto urlato e pittoresco, ora prostrati con discrezione alla benevolenza e alla venerazione dell’osservatore. E poiché la venerazione cui sono sottoposti è appassionata affermazione del presente ed assenso pieno verso la fatale contingenza della più anche umile materia, l’eterogeneità del suo lavoro si conforma ad un’elegia romantica di antica memoria adita alla rivelazione di un qualsivoglia contenuto emotivo sempre sottogiacente all’immanente ed immonda presenza fisica delle cose. Al punto più alto del suo universo sta l’opposto del Bello e del bene comunemente accettati, perché la società colga con raccapriccio le fascinazioni nel contempo e inestricabilmente futili e serie, dichiaratamente superficiali ma profonde, ingannevoli e immaginarie, efficaci perché vacue, potenti perché indeterminate, veritiere perché ambigue al limite del raziocinio.
Vetustaviacarteria60modena41100
Orari: venerdì e sabato 17.00 – 19.00 e su appuntamento
+39 3475601841+39 3316825625/studiovetusta@gmail.com/studiovetusta.blogspot.com
www.stefanopasquini.net

giovedì 15 gennaio 2009

cadeau (n17darkallure)





cadeau
(n17darkallure)
20dicembre2008/9gennaio2009
Morella, Berenice, Ligeia, Charles Baudelaire, Patti Smith, Arthur Rimbaud, Janet Frame, Matthias Grünewald di Aschaffenburg, Jacques Derrida, Christian Boltanski, Ingmar Bergman, Louise Bourgeois, La nausée di Jean Paul Sartre, Marlene Dietrich, Guido Reni, Antonin Artaud, Peter Murphy, Lydia Lunch, Diamanda Galas, Ian Curtis, Albert Camus, Sarah Kay, Bela Lugosi, Filippo Tommaso Martinetti, Santa Caterina da Siena, Jerzy Grotowski, Bruno Domount, Leonardo da Vinci, Joseph Beuys, Cristiane F., la Marchesa Luisa Casati con levriero, André Breton, Greta Garbo, il Conte Dracula, Marc Augé, Alice Liddell, Derek Jarman, Dr. Pignacca, Alfred Jarry, Gretel, Federico Fellini, Urs Lüthi, Julia Margaret Cameron, Man Ray, la Piccola Fiammiferaia, Andrej Tarkovskij, Andy Warhol, Michelangelo Merisi, Eleonora Duse, Biancaneve, Arnold Böcklin, Janis Joplin, Bacone, Chas Addams, Pier Paolo Calzolari, Yves Saint Laurent, Arthur Rackman, Abel Ferrara, San Michele Arcangelo, William S. Burroughs, Odilon Redon, John Everett Millais, Albert Einstein, Ildegarda da Bingen, Jeanne-Luc e Pierre Dardenne, Jules Renard, Giovanna D’arco, George Melies, Elvis Presley, Topogigio, Arthur Rimbaud, Jean Epstein, Meret Oppenheim, Diane Arbus, Cesare Pavese, Carlo Michelstaedter, l’estetica fané, Prassitele, Mina, Gustave Courbet, William Shakespeare, Charlie Chaplin, Gabrielle Chanel, Egon Shiele, Rosalba Carriera, Alfred Stieglitz, PaCman, Platone, Giacomo Leopardi, Arnold Böcklin, Maison Martin Margiela, William Morris, Properzia De Rossi, Walter Benjamin, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Piero della Francesca, Victor Horta, Martin Heidegger, George Brian Brummel(arbiter elegantiae, 1778-1840), Slavoji Zizek, Pippi Calzelunghe, Hans Bellmer, Weegee, Madelaine Vionnet, Paolo Uccello, Jules Laforgue, Barbey d’Aurevilly, Gina Pane, Mario Perniola, William Blake, Sigmund Freud, Rei Kawakubo, Piero Manzoni, Walt Disney, Carol Rama, ecc.
thanks to/avec la partecipation
Franca Antonelli, Colette Baraldi, Enrica Berselli, Alessio Bogani, Anna Lisa Bondioli, Diego Borgazzi, Barbara Bottini, Andrea Chiesi, Claudia Collina, Simone Fazio, Adriana Jebeleanu, Pier Lanzillotta, Sabrina Muzi, Corrado Nuccini, Stefano Pasquini, Adriano Persiani, Christian Rainer, Simone Rondelet, Mustafa Sabbagh, Gilda Scaglioni, Matteo Serri, Andrea Sessa, Ascanio Tacconi, ecc.

lunedì 10 novembre 2008




COLETTE BARALDI
n. 0
su due piedi
Della liquidità e dell’alchimia (per materia et per forma substantiale)


15 novembre – 13 dicembre 2008
vernissage sabato 15 novembre 2008 ore 19.00

“(…) allorché i corpi supercelesti esercitano la loro azione su un elemento, essi operano per loro similitudine e inoltre producono qualche cosa di somigliante a loro stessi e quasi della medesima specie. Dunque, giacché essi producono l’elemento dello elemento e la cosa elementata della cosa elementare, ne consegue necessariamente che vengono a partecipare essi stessi della natura dell’elemento. E per meglio comprendere ciò, occorre osservare che il Sole produce dal Fuoco corpi saturati di acqua urinaria e corpi cristallini sferici.“
San Tommaso D’Aquino, Trattato della pietra filosofale,

L’eccellente finezza miniaturistica che contraddistingue il disegno di Colette Baraldi si presta nel caso alla trascrizione convulsa di un onirismo cruento affine alla patologia melanconica. Marchingegni impossibili, oggetti d’orrore e d’anatema, trappole ed astrusi elettrodomestici affini a strumenti d’inquisizione reinventati nei materiali della quotidiana contemporaneità, compongono un intricato compendio enciclopedico in cui sono indagate le liquide alchimie della materia. L’assunto che ne conviene riguarda la trasmutazione degli accidenti esteriori della materia, lo svelamento dell’arcano e la conseguente rivelazione dell’intima natura di certi oggetti domestici mutati in qualcos’altro prima sconosciuto. Il sottile fluire della narrazione, sorta di estatico “disegno automatico-autobiografico”, allorché scomposto e frammentato, descrive dunque un laboratorio di ingegnosi strumenti, un armamentario di forni, lambicchi, vasi, contenitori, pinze, punte, crogiuoli, fiale, distillatori, in cui si mescolano elementi organici di sangue e carne con altrettanti frammenti metallici, plastici e della tecnologia. Nell’individuarne sofisticate Similitudini, metamorfosi ed oscure prassi al contempo simboliche e metaforiche, Colette Baraldi perviene ad una minuziosa catalogazione in cui il disegno è prossimo alle pratiche dalla magia-stregoneria-ciarlataneria contestualmente comprendenti tutte le categorie linguistiche dell’alchimia (tecnologiche, criptografiche, immaginifiche, antropomorfiche, fantastiche).